Per secoli nelle aree rurali dell’entroterra, dove il terreno scosceso non permetteva la coltivazione dei cereali, il castagno era “l’albero del pane” e i suoi frutti venivano consumati nei modi e nelle maniere più disparati: bolliti, arrostiti, fritti, o magari ridotti a pappe o polente.
La farina ottenuta macinando le castagne essiccate integrava la scarsa farina di grano disponibile, dando vita alla cosiddetta “pasta matta” da cui si ricavavano trofie, focacce o i peculiari “battolli” tipici di Uscio.
Attorno all’11 novembre nelle vallate dell’Appennino ligure si preparava il “Pan Martino”, in cui non solo la farina utilizzata per l’impasto era appunto di castagne, ma le foglie dell’albero venivano impiegate per la cottura. Non è stato quindi un caso se, negli ultimi decenni, i birrifici liguri hanno sviluppato linee di produzione in cui alla bevande viene aggiunta proprio farina di castagne, in grado di conferire un aroma straordinario, carico di storia oltre che di sapore.
Correva l’anno 1930 quando Giovanni Ansaldo scrisse “le ventiquattro bellezze della torta pasqualina”, dedicandole a “Scia Carlotta, Ostessa in Sottoripa”, tra tali bellezze, la decima era “la più ardua”:
“La decima bellezza, e la più ardua, sono le sfoglie di pasta, i petali di quel grande fiore, che è la torta pasqualina; supremo vanto della abilità dell’impastatrice, cimento non superabile dell’arte della madia. Dal loro numero dipende la maestà della torta, dalla loro leggerezza la sua perfetta cottura. Beati coloro che nella loro infanzia hanno imparato a comprendere cos’è una torta pasqualina a sedici, a diciotto, a venti, a ventidue sfoglie, e fino a ventiquattro sfoglie, come noi ne vedemmo con questi occhi mortali; per essi la tecnica moderna ha poche seduzioni, per essi, Marconi ed Edison si sforzano invano di creare meraviglie nuove”.
Viene facile immaginare lo stupore che avrebbe provato oggi Ansaldo nell’entrare in un qualsiasi supermercato argentino, dove la sfoglia di pasta per la “Pascualina” si trova in vendita preconfezionata: portata nel Nuovo Mondo dagli emigranti, quest’opera d’arte della cucina genovese finì per diventare talmente popolare che la “tecnica moderna”, lasciate da parte le invenzioni di Marconi ed Edison, si sarebbe applicata per ottenerne la riproducibilità.
William Pokhlyobkin (1923-2000) fu un saggista tanto poliedrico quanto controverso; esperto delle tradizioni gastronomiche della Russia, nel 1991 pubblicò una “Storia della Vodka” contenente un’informazione abbastanza straordinaria: secondo i suoi studi sarebbero stati un gruppo di mercanti genovesi provenienti dalla Crimea a portare allo zar alcune bottiglie di “aqua vitae” – probabilmente pensate per un uso più “medicinale” che “ricreativo” – destinate a gettare il seme per la distillazione affatto particolare della più tradizionale bevanda russa.
Mentre molte delle affermazioni contenute nel libro sono state contestate, questa sull’origine “genovese” della vodka viene invece ritenuta piuttosto plausibile, ed è ripresa dalla storica Patricia Herlihy nella sua monografia sulla bevanda della prestigiosa serie “edible” di Reaktion Books, che sostiene come l’arte della distillazione sia stata diffusa tra i russi e i polacchi nel corso del XIII secolo contemporaneamente da anseatici nel nord e dai genovesi nel sud. I genovesi, d’altra parte, continueranno ad essere di casa nel Mar Nero fino a tutto l’Ottocento, proprio alla ricerca di quei cereali che sono alla base della produzione della vodka, non acaso descritta nei primissimi documenti con l”immaginifico nome di “vino di pane”.



